Nel novembre del 2010 è stato presentato a Bologna il libro “Bentornato Marx” di Diego Fusaro; presente, insieme all’autore, c’era il professore di economia all’Università ed esperto conoscitore del pensiero di Marx, Giorgio Gattei. In quell’occasione il professore, ormai prossimo alla pensione, senza tanti peli sulla lingua ridicolizzò il romanticismo del giovane Fusaro, che cercava di far passare una lettura antimoderna del pensiero di Marx. Per Gattei, il maggior pregio del libro era di riportare tante citazioni degli scritti di Marx, anche di quelli meno noti – e che con il tempo il professore si era dimenticato – citazioni che però erano molto utili per dimostrare come… l’interpretazione romantica e antimoderna di Fusaro non avesse alcun rapporto con l’impostazione di Marx.
Per Gattei, il tentativo di recuperare il pensiero di Marx per giocarlo in funzione antimoderna, presentandolo come un filosofo nostalgico dei sistemi precapitalistici, era insostenibile; Marx, pur criticando il capitalismo da un punto di vista socio-economico e avendone prefigurato l’intrinseca necessità trasformativa nel socialismo, non aveva esitato un momento nel ritenerlo sicuramente migliore di tutto quello che c’era stato prima, dal suo punto di vista la rivoluzione borghese e il capitalismo dovevano essere la base per un nuovo balzo in avanti, non si trattava certo di tornare indietro a sistemi premoderni e ai loro valori.
L’interpretazione antimoderna del pensiero di Marx fatta da Fusaro, s’inserisce all’interno di una tendenza intellettuale che va diffondendosi nelle aree di sinistra (particolarmente in quelle cosiddette antagoniste e “grilline”) del panorama politico-culturale italiano e che le accomuna – sotto questo punto di vista – con alcune aree della destra (anche radicale). Una corrente che, con diverse sfumature, è caratterizzata da una forte diffidenza ed ostilità verso la Modernità, quel processo storico plurisecolare – dal XVIII secolo fino a oggi – che si distingue dalle epoche precedenti non per l’assenza di guerre, ingiustizie, sfruttamento e miserie umane, ma per la nascita della grande industria, con la crescita senza precedenti dell’innovazione tecnologica – prima, seconda e terza rivoluzione industriale – parallela alla diffusione del capitalismo; per l’espansione planetaria del pensiero e dei valori della scienza; per le rivoluzioni democratiche borghesi e socialiste contro le monarchie, le aristocrazie feudali e i privilegi del clero; per l’accesso delle masse alla vita politica; per l’emancipazione femminile; per i diritti dei lavoratori e dei contadini; per l’espansione della sanità; per lo sviluppo economico; per il miglioramento delle condizioni di vita dei popoli in sempre più vaste parti del mondo; per l’istruzione di massa; per l’aumento delle competenze e delle funzioni dello Stato e, infine, per l’affermazione di tre idee-forza: quella del progresso illimitato, quella della natura (compresa quella umana) intesa come oggetto dell’azione creatrice dell’uomo e quella del primato della ratio scientifica e tecnologica.
Se, semplificando, nella destra italiana una tendenza antimoderna è in qualche modo connaturale alla propria tradizione – sul solco della secolare resistenza delle forze conservatrici cattolico/legittimiste alla Modernità – è sorprendente come questa tendenza abbia trovato spazio negli epigoni della sinistra marxista, che affonda in una tradizione risolutamente (e senza soluzioni di continuità) progressista.
Dopo il collasso dell’URSS, orfani di un’ideologia prima ingenuamente adorata e poi gettata nella spazzatura senza alcun spirito critico, disorientati nel nichilismo postmoderno cui non riescono a contrapporre nuove idee-forza, frustrati dalla crisi economica che attraversa l’Europa e spaventati dall’emergere di potenze d’ispirazione socialista che cavalcano la globalizzazione e la Modernità (BRICS), il vuoto a sinistra è colmato da una parte (e per la maggioranza) da un’adesione acritica ed entusiasta al modello statunitense di modernizzazione o, dall’altra parte (e per la minoranza; specialmente nelle aree “antagoniste”, anche se in rapida diffusione) da una generale diffidenza e ostilità per tutto ciò che “puzza” di moderno e dalla contemporanea nostalgia per un passato immaginato come più giusto ed umano del presente. Un tempo perduto in cui l’umanità era più buona, pacifica e in armonia con la natura; i ritmi di vita più tranquilli; l’uomo più felice e meno precario perché inserito in un ambiente comunitario in cui poteva realizzare meglio le sue aspirazioni e perché partecipe di una visione del mondo che forniva certezze e alimento spirituale; in cui dominava una cultura del “limite” capace di dare equilibrio alla società e all’animo umano; in cui la vita era materialmente più difficile ma più autentica… tutte cose distrutte dalla Modernità. La nostalgia per questo passato immaginario si proietta automaticamente in un’idea di futuro altrettanto immaginaria, in cui ci si potrà finalmente liberare, e fare serenamente a meno, dei prodotti della Modernità.
Abbandonato lo slancio prometeico che sta alla base della modernizzazione di stampo socialista marxista (1), interi settori della cosiddetta sinistra “antagonista” si ritrovano uniti ad alcune correnti politico-culturali della destra sotto le insegne dell’antimodernità, variamente declinata nel postmodernismo nichilista (2), nell’anticapitalismo romantico, nella decrescita, nell’ostilità alla scienza e alla tecnica considerate come un prodotto nocivo della civiltà moderna, etc.: il neoluddismo prende così il posto della marxiana necessità dello sviluppo delle forze produttive per la nascita del socialismo, la decrescita il posto dei piani quinquennali di Stalin, il primitivismo di eco rousseauiano il posto del “soviet più elettricità” di leniniana memoria (3), la “cultura del limite” e l’avversione alle conquiste della scienza e della tecnica il posto de “il pensiero scientifico dominerà ogni cosa!” di trotskista memoria (4), il rosa della lamentela al posto del rosso  dell’ “assalto al cielo” della rivoluzione bolscevica, l’esaltazione dello “slow” al posto dello Sputnik e dei Sukhoj, il “piccolo è bello” al posto delle grande organizzazione industriale, le “piccole patrie” al posto della rivoluzione continentale e mondiale, le capanne in bioedilizia al posto dell’acciaio del Palazzo dei Soviet, il passatismo di Massimo Fini al posto del futurismo di Majakovskij, il comunitarismo reazionario di stampo premoderno al posto della libertà rivendicata dalle rivoluzioni socialiste contro le monarchie, le aristocrazie e le democrazie borghesi.
Se tra le due opzioni alternative – che hanno riempito il vuoto creatosi nella sinistra italiana a seguito del collasso dell’URSS –  la prima (quella dell’adesione alla Modernità di stampo statunitense) è senza alcun dubbio criminale perché sposa ciecamente e per interesse tutte le malefatte che vengono compiute in nome della modernizzazione “made in USA”, la seconda (il rigetto in toto della Modernità) lo è potenzialmente molto di più perché, se dovesse realizzarsi, comporterebbe tragedie mille volte peggiori delle attuali, se non vere e proprie catastrofi fatali per il genere umano.
Manca pertanto tra le due scelte, una posizione intermedia e più equilibrata che, affermando e lottando contro i punti critici del sistema economico capitalista – soprattutto di matrice statunitense, in cui il profitto individuale è al centro dell’azione politico-economica e dell’immaginario collettivo, e dove sono fortissime le disuguaglianze sociali, l’atomismo, il saccheggio ambientale e le ingerenze politiche a livello internazionale contro gli stati progressisti non allineati (non per niente quest’articolo compare su un periodico di chiara impronta socialista e antimperialista) – manca una posizione che rimetta al centro, sulla scia della tradizione della sinistra marxista, il valore inequivocabilmente positivo rappresentato dall’avvento della Modernità e la funzione reazionaria di chi ha nostalgia dei “bei tempi andati” della premodernità, di chi ipercritica l’esistente in modo totale e fanatico comprendendovi, più o meno esplicitamente, anche tutti quei progressi che in questi ultimi secoli sono stati fatti dall’uomo con il sudore e con il sangue e al prezzo di enormi sacrifici e tragedie collettive.
Questi intellettuali ipercritici, invece, confondono le acque mescolando “american way of life” e Modernità, finendo per accreditare un’erronea equazione tra americanismo e Modernità. Così facendo non solo contribuiscono, da una parte, ad alimentare una delle principali armi del soft power statunitense che mira a presentare gli USA come l’unico possibile faro mondiale della modernizzazione ma, dall’altra, “buttando via il bambino con l’acqua sporca”, inducono il fronte – in Europa già estremamente esiguo – di coloro che lottano contro il modello e le ingerenze planetarie statunitensi, a guardare con nostalgia ai tempi premoderni. Non ci può essere antitesi più netta con i socialisti per cui – nella serrata battaglia contro il capitalismo americanocentrico ed americanomorfo – rimane cristallino che il miglioramento in senso socialista della società, nella coscienza dei limiti della ottocentesca teoria marxiana (per esempio il messianismo di classe) e degli errori del socialismo reale, debbano essere fatti in avanti a partire dalla Modernità, non saltandovi indietro.
L’impronta statunitense sulla Modernità è recente – e solo parzialmente negativa, non potendosi disconoscere, presi da uno sciocco fanatismo antiamericano alimentato dagli ipercritici, i fondamentali contributi alla civiltà umana portati dagli USA nella seconda e nella terza rivoluzione industriale e in altri settori della vita culturale come, per esempio, la letteratura, la musica e il cinema – un’impronta tutto sommato temporalmente limitata rispetto a una marcia plurisecolare che ha visto nell’Europa il vero centro di propulsione e formazione della nuova epoca.
Per i socialisti europei del XXI secolo si tratta in primo luogo di sottrarre il monopolio della Modernità dalle grinfie dell’aquila statunitense per riappropriarsi del processo di modernizzazione, portandolo avanti su nuovi e più potenti binari – come stanno facendo i paesi BRICS, in particolare la Cina guidata dalla sua millenaria saggezza, dal Partito Comunista e dalle riforme di Deng Xiaoping – in stretta cooperazione con le nuove potenze, per sviluppare e dirigere la Modernità e la nuova rivoluzione industriale che è all’orizzonte in conformità ai valori del socialismo.
Alcuni di questi ipercritici cercano di trovare sostentamento alle proprie teorie scovando sempre nuovi segni d’imminente implosione della civiltà moderna (in verità, la catastrofe avrebbe grandi probabilità di avverarsi nel momento in cui l’umanità smettesse di progredire e decidesse di tornare ad un’epoca premoderna: che nel subconscio degli antimoderni catastrofisti ci sia una pulsione autodistruttiva?). Questi ipercritici “sputano nel piatto dove mangiano” perché, mentre l’apocalisse tarda continuamente ad arrivare, continuano imperterriti a godere delle comodità, del benessere e dei mezzi offerti dal mondo moderno, mentre pontificano – spesso ben retribuiti ed apprezzati dai grandi media – sulle sue malvagità, come il consumismo, la cultura dell’“illimitatezza”, le grandi opere. Altri, più coerentemente – anche se i loro esperimenti hanno spesso breve durata – fondano comunità di stampo primitivo nelle campagne, ormai totalmente modellate e manipolate dalla presenza antropica, dove recuperare la socialità, il rapporto con la natura e gli animali perduto in città. Altri ancora si trasferiscono in alcune zone del pianeta – ormai sempre più piccole e artificiali – a contatto con le tribù tradizionali locali non ancora contaminate dal mondo moderno. Altri passano all’azione terroristica contro le grandi industrie, i laboratori di ricerca biomedica e le ferrovie ad alta velocità. Altri diventano asceti o si convertono a qualche religione contemplativa; qualcun altro “cavalca la tigre” della Modernità nella speranza di riportare indietro l’orologio della storia al Medioevo.
Ai criticoni del mondo contemporaneo che sognano un futuro premoderno, sarebbe opportuno – se fosse possibile – un teletrasporto in qualche buia e fredda caverna preistorica asserragliata da bestie feroci oppure, senza andare così indietro nel tempo, in qualche campagna o borgo italico del pieno Medioevo, a cavallo tra X e XI secolo, all’approssimarsi della spaventosa fine del mondo dell’anno 1000, quando – tra stenti e miserie oggi difficilmente immaginabili – il terrore non proveniva più dalle tremende razzie ungare degli anni precedenti ma dall’incipiente Giudizio universale che non avrebbe risparmiato i deboli come i forti, apocalisse preannunciata dalle acerrime lotte feudali che devastavano da nord a sud la penisola italica e il continente europeo; durerebbero poco e implorerebbero presto il ritorno alla maledetta Modernità, ma in quel breve lasso di tempo potrebbero avere l’opportunità di assaggiare altre “chicche” dei tempi premoderni e medievali.
Nel Medioevo non c’erano libertà di pensiero e laicità, ma la tirannia del pensiero unico del cattolicesimo. Non c’era il materialismo del mondo moderno, ma gli angeli metafisici, i mostri, il diavolo e le sue tentazioni. Quando l’ira divina, la fine del mondo e l’anticristo erano sempre riconoscibili negli eventi naturali e nei nemici. Quando Bacone, Galileo e Cartesio non avevano ancora “disincantato” il mondo, ma si era in mano al fanatismo e alle superstizioni. Quando non era ancora arrivato Copernico con la sua adrenalinica inquietudine cosmica, ma c’era la “beata ignoranza” di una verità eterna e immutabile, in cui l’uomo era al centro del mondo, scopo del creato e creatura prediletta da Dio. Quando non c’era libertà per il singolo, ma si era comunitariamente (“olisticamente”) ingabbiati nei rigidi vincoli dei padroni e dei signori. Quando non c’era la legge del profitto del capitalismo, ma la legge della servitù della gleba, del capriccio del più forte, delle razzie delle tribù invasori e delle bande. Quando non c’era la velocità del mondo moderno, ma si vivevano ritmi più naturali a spaccarsi la schiena, zappando la terra al ritmo del sorgere e del tramontare del sole. Quando non c’era stata ancora l’emancipazione femminile e le donne marcivano rinchiuse nelle case e nei conventi. Quando non c’erano organizzazioni mondiali che cercavano di regolare l’economia e contenere lo scoppio delle guerre, ma vigeva uno stato di perenne anarchia incontrollabile, dalle continue mire espansionistiche dei re alle battaglie tra le famiglie della stessa strada (5). Quando l’analfabetismo era del 99,99% nelle campagne e nelle città. Quando non c’erano i computer e i telefoni per comunicare istantaneamente in tutto il mondo ma messaggi orali o lettere che impiegavano giorni e settimane, anni, per giungere a destinazione. Quando poco o nulla si sapeva di altre civiltà oltre la propria. Quando la tecnologia era ancora a uno stato infantile e il cuore dell’uomo poteva scoppiare negli sforzi della dura esistenza poco più che adolescente. Quando non c’era un rapporto manipolatorio nei confronti della natura, ma le siccità bruciavano “naturalmente” i raccolti e terremoti, incendi e inondazioni distruggevano in continuo villaggi e città. Quando le malattie si diffondevano alla velocità della luce nelle squallide condizioni igieniche degli abitati, senza che l’uomo riuscisse a impedire il naturale dispiegarsi della loro potenza mortifera che portava via tutti, dai fanciulli agli anziani, senza risparmiare gli uomini vigorosi. Quando la medicina non era scienza, ma la pratica medica ricadeva nel campo della magia, aggrappandosi ai miracoli dei santi e al tocco salvifico dei re per trovare scampo agli spasimi e alle sofferenze. Quando i tassi di mortalità infantile erano altissimi, la morte sopraggiungendo per una tosse, per il freddo pungente, per una semplice infezione, per un cibo avariato, spesso durante il parto delle povere madri. Quando non c’era la chimica e un insignificante parassita poteva distruggere i raccolti e portare la fame. Quando non c’era l’elettricità che porta la luce, ma c’erano le tenebre e il buio pauroso dei vicoli e della notte. Quando non c’erano ancora l’energia idroelettrica e nucleare, ma la forza principale era la contrazione continua degli esausti muscoli umani. Quando lo spettro della fame era un incubo giornaliero per i troppi figli che le madri impotenti vedevano spegnersi sotto i loro occhi, e si lottava fino all’ultimo respiro per un tozzo di pane. Quando avere più di un rozzo indumento, con cui coprirsi durante i rigidi inverni, era un lusso (6). Quando non c’era il sovraffollamento, ma poche decine di milioni di persone sparse per il continente europeo e continuamente decimate da malattie, carestie, guerre e razzie…
Una banale e sommaria carrellata (7), quella di cui sopra, per mettere in prospettiva le diverse epoche storiche e cogliere in un batter d’occhio i progressi compiuti dall’uomo nei pochi secoli della Modernità dopo il millenario e interminabile Medioevo, senza perdersi in lunghi approfondimenti storici e filosofici che, se pur necessari, esulano dalla portata dell’articolo. Una prospettiva che dovrebbe indurre a un senso di profondo rispetto per i nostri antenati, per le immani sofferenze materiali attraverso le quali sono passati, insieme a un sentimento di ammirazione per i progressi di cui sono stati capaci a costo di enormi travagli: la Modernità è il prodotto del sacrifico e della  lotta di milioni e milioni di persone, un’eredità morale che impegna soprattutto le giovani generazioni – spesso inconsapevoli di questa storia – a proseguire sulla strada tracciata con sforzo e determinazione.
Non tutto nel Medioevo fu “oscuro” – come in tutte le epoche (compresa quella Moderna ovviamente) in cui bene e male coesistono insieme in diverse gradazioni (a dispetto di chi vorrebbe fare “tabula rasa” del passato, dimentico della “historia magistra vitae” (8) di ciceroniana memoria) anche in quel periodo ci sono stati elementi positivi e originali che meriterebbero di essere attentamente presi in esame e conosciuti, nonché “costanti” storiche e antropologiche che si riscontrano invariabilmente anche nell’epoca attuale – ma il Medioevo, nel complesso, rimane un’epoca “buia” (non solo ovviamente rispetto alla Modernità, ma anche – per molti aspetti – all’Antichità greco-romana), contrassegnata dalla miseria materiale, dall’ignoranza culturale e dal fanatismo, dall’arretratezza e dall’immobilismo dell’attività umana. Solo al volgere della sua conclusione cominciarono a intravedersi i bagliori di una nuova epoca.
Dopo gli anni terribili dell’Alto Medioevo, nel Basso iniziarono a fiorire per tutta Europa i primi centri del sapere che lentamente ritornavano a esaltare la bellezza della conoscenza e a rivendicarne l’autonomia dalla prepotenza oscurantista del pensiero unico del cattolicesimo, gettando le basi per la riscoperta della tradizione culturale (e scientifica) greco-romana – a partire dal diritto giustinianeo – che, rielaborata attraverso le lenti della tradizione cristiana, avrebbe posto le basi per il Rinascimento, per le rivoluzioni dell’età Moderna e per l’affermazione planetaria del pensiero e dei valori della scienza.
Accanto a singole e straordinarie individualità crebbero le Università, dove migliaia di scolari e dottori di tutta Europa, si sarebbero alimentati alla fonte di vita autentica della specie umana, la sapienza, l’“Alma mater studiorum”: tornava così finalmente a trovare concretezza, dopo secoli di forzata “sterilizzazione”, quell’irrefrenabile istinto dell’uomo di conoscere e dare risposte agli enigmi dell’universo per dominare la natura matrigna, per progredire e perfezionarsi nelle condizioni materiali e sociali portando l’Ordine sul Kaos, istinto che è la caratteristica principale della razza umana e della sua storia millenaria sul pianeta Terra, senza che sia possibile immaginare un limite fisico e temporale ai traguardi che potrà raggiungere e superare.
È principalmente a quest’istinto (che coesiste con altri istinti alla base della multiforme e contradditoria psiche dell’uomo, frutto della sua milionaria storia evolutiva) e alla sua traduzione pratica più efficace (9) nella creatività del pensiero e della prassi scientifica, cui si deve ricollegare un socialismo del XXI secolo che, lontano da qualsiasi genere di fanatismo ideologico (10) (primo fra tutti quello ateista) ma mantenendo al contrario una mente sempre aperta e pragmatica, sia in grado non solo di svolgere un ruolo difensivo delle conquiste della Modernità (oggi sotto attacco a causa della crisi economica capitalista occidentale e di variegate forze antimoderne di destra come di sinistra) ma di svolgere un ruolo soprattutto progressivo, consentendo al genere umano di superare le sfide – in particolare quelle rappresentate dal perpetuarsi delle lotte fratricide umane e delle diseguaglianze – e cogliere le straordinarie opportunità di creatività materiale e spirituale che gli si aprono nel nuovo millennio.
La Modernità sta entrando in una fase decisiva, in un’epoca “noosferica” – per usare la terminologia coniata dallo scienziato sovietico Vladimir Vernadskij (11) – in cui l’uomo sta acquisendo il potere di guidare e migliorare il corso della propria evoluzione biologica verso nuovi orizzonti “superumani” (12), e il potere di espandere i confini della civiltà nello spazio cosmico.
Essere socialisti del XXI° secolo significa amare la vita e guardare con ottimismo ed entusiasmo – non ingenuità – a questi nuovi poteri umani offerti dalla Modernità, senza lasciarseli sfuggire. Essere socialisti significa lottare perché questi poteri e le opportunità della Modernità vadano a vantaggio dell’elevazione dei popoli del mondo e del loro sviluppo armonioso, non di una ristretta élite capitalista guerrafondaia. Essere socialisti significa che il proprio cuore – nell’era del nichilismo postmoderno e dell’aridità dello spirito – torna finalmente a palpitare perché mosso da una nuova (e antica) idea-forza, dalla convinzione che all’orizzonte del nuovo millennio la civiltà umana sarà in grado di far sorgere un sole ancora più bello e luminoso di quello attuale che nutre la nostra amata culla – la Terra – e suoi abitanti, “un sol dell’avvenire” il cui splendore sarà visibile dai nostri più lontani “concittadini” della Via Lattea e di cui andrebbe fiero anche il nostro Creatore.
Basta volerlo; per il nostro bene, per l’amore che proviamo per i nostri figli e per tutto quello che hanno fatto i nostri padri.


Michele Franceschelli








NOTE:

1) Modernizzazione socialista – Stato e Potenza

2) Non tutto il postmodernismo è antimoderno; basti pensare al caso più noto di Jean-Francois Lyotard che supera i limiti della Modernità in avanti, in una direzione “ipermoderna” e non antimoderna.

3) “Fino a quando vivremo in un paese di piccoli contadini, esisterà in Russia, per il capitalismo, una base economica più solida che per il comunismo. E’ necessario ricordarlo. Chiunque osserva attentamente la vita della campagna e la confronta con quella della città, sa che le radici del capitalismo non le abbiamo estirpate e che le fondamenta, le basi del nemico, interno non le abbiamo scalzate. Questi si appoggia sulla piccola azienda, e per poterlo scalzare c’è un solo mezzo: dare all’economia del paese, agricoltura compresa, una nuova base tecnica, la base tecnica della grande produzione moderna. Solo l’elettricità fornisce tale base. Il comunismo è il potere sovietico più l’elettrificazione di tutto il paese. Altrimenti il paese resterà un paese di piccoli contadini, e bisogna che ce ne rendiamo conto chiaramente. Siamo più deboli del capitalismo, non solo su scala mondiale, ma anche all’interno del paese. Ciò è noto a tutti. Ce ne siamo resi conto e faremo in modo che la base economica di piccola produzione contadina diventi una base economica di grande industria. Solo quando il paese sarà elettrificato, quando avremo dato all’industria, all’agricoltura e ai trasporti la base tecnica della grande industria moderna, solo allora vinceremo definitivamente.” (Lenin, “Rapporto sull’attività del Consiglio dei Commissari del popolo all’VIII Congresso dei Soviet”)

4) “Mendeleev era capace di conciliare perfettamente la sua passione per la scienza in se stessa con l’incessante preoccupazione dell’elevamento del potenziale tecnico dell’umanità. È per questo che le due ali di questo congresso – i rappresentanti dei settori teorico e applicato della chimica – hanno uguale diritto di cittadinanza sotto la bandiera di Mendeleev. Noi dobbiamo educare la nuova generazione di scienziati nello spirito di questo armonioso coordinamento della pura ricerca scientifica con i compiti industriali. La fede di Mendeleev nelle possibilità illimitate della conoscenza, nella previsione e nel dominio della materia, dovrà divenire il credo scientifico dei chimici della patria socialista. Il fisiologo tedesco Du Bois-Reymond una volta considerava il pensiero filosofico come qualcosa di remoto dalla scena della lotta di classe e come caratterizzato dal motto: Ignoramus et ignorabimus! Cioè, noi non sapremo mai, non comprenderemo mai! E il pensiero scientifico, che lega la sua sorte a quella della nuova classe, risponde: «Voi mentite. Non esiste l’impenetrabile per il pensiero cosciente! Noi raggiungeremo ogni cosa! Noi domineremo ogni cosa! Noi ricostruiremo ogni cosa!»” (Trotsky, “Marxismo e scienza”). Ripreso da L’utopia di Trotsky. Un socialismo dal volto postumano,  di Riccardo Campa.

5) Tra le tante citazioni che avrei potuto mettere per arricchire la carrellata ma che ho risparmiato al lettore, mi preme riportare solo questa, cui sono legato per questioni biografiche: “Sulla vecchia Bologna, con le sue stradette tortuose, i suoi sottoportici semibui, le sue piccole scure case di legno e i suoi palazzotti rossi di mattoni, incombe una selva di più di centottanta torri, da cui altrettante casate di signori turbolenti e attaccabriga si guardano sospettosi e si sorvegliano. Ogni casata forma quasi un piccolo principato… Una parola vivace scambiata tra due, un’offesa vera o immaginaria, mette due famiglie sossopra. Escono armati dalle loro case, e affrontano gli offensori; s’inseguono, si combattono nelle vie, mentre dall’alto delle torri si lanciano pietre e frecce, e materie incendiarie con mangani e balestre. Vicini, parenti e amici, tutti sono trascinati nel tumulto”. (Gina Fasoli, “Scritti di storia medievale”). Per chi volesse approcciarsi per la prima volta al Medioevo, si potrebbe suggerire di cominciare con: “Paesaggi della paura. Vita e natura nel Medioevo”, di Vito Fumagalli e “Guida al Medioevo” di Horst Fuhrmann.

6) Mentre le città si sono modernizzate molto più velocemente, le campagne italiane di fine ottocento presentavano ancora qualche elemento di somiglianza con quelle medievali. Una realistica ricostruzione della vita delle campagne bergamasche a cavallo tra ‘800 e ‘900 è quella messa in scena da Ermanno Olmi nel film “L’albero degli zoccoli”.

7) Anche se riferito ai tempi prestorici e non a quelli medievali, risulta alquanto efficace il confronto e la prospettiva con i tempi moderni fornita da questo breve video curato dal gruppo “The Thinking Atheist

8) “Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis”: «la storia è testimone dei tempi, luce della verità, vita della memoria, maestra della vita, messaggera dell’antichità» (Cicerone, “De Oratore”).

9) Il passaggio secolare dal pensiero religioso medievale a quello scientifico moderno è stato un processo “inevitabile” all’interno della storia del pensiero occidentale (a partire da quello greco) a causa dell’inefficacia operativa – gradualmente disvelatasi all’uomo medievale – dell’azione del pensiero mistico/magico/contemplativo, in confronto all’incisività del procedimento tecnico e scientifico.  Si possono leggere a riguardo le illuminati considerazioni storico-filosofiche di Emanuele Severino.

10) Fuori dal fanatismo, per una critica razionale all’unipolarismo

11) “La noosfera è un nuovo fenomeno geologico nel nostro pianeta. In essa, l’uomo è divenuto per la prima volta la più importante forza geologica. Egli può e deve ricostruire con il proprio lavoro e il proprio pensiero l’ambiente in cui vive, ristrutturarlo e riedificarlo in modo radicalmente diverso rispetto a ciò che era prima. Di fronte a lui si aprono possibilità creative sempre più estese. E può darsi che la generazione di mio nipote riesca ad avvicinarsi alla piena fioritura di queste possibilità”. (V. Vernadskij, “Il pensiero scientifico come un fenomeno planetario”). Si veda anche: Suggestioni per il nuovo millennio: il cosmismo russo, questo sconosciuto

12) Se fino ad oggi l’evoluzione dell’uomo e del suo corpo è stata guidata dalle cieche leggi della natura attraverso milioni di anni, l’umanità sta ora sempre più acquisendo il potere di guidare quest’evoluzione “culturalmente”, grazie alle conoscenze che sta conquistando nel campo della medicina, dei farmaci, dell’alimentazione, dell’ingegneria genetica, dei trapianti di organi, delle nanotecnologie, degli innesti cibernetici, etc. L’orizzonte “superumano” è l’orizzonte in cui l’uomo, seguendo il proprio millenario istinto di controllare e modificare la natura per migliorare le condizioni della propria esistenza (e per questo l’orizzonte “superumano” è qualcosa di pienamente umano), giunge a manipolare anche il proprio substrato biologico naturale per migliorarlo e perfezionarlo (sottraendolo alle forze cieche della natura: malattie, dolori, imperfezioni, debolezze, etc) e in questa corsa senza sosta potrà gradualmente giungere a uno stadio in cui il nuovo substrato diventerà qualcosa di qualitativamente diverso dal corpo umano che conosciamo oggi, sarà qualcosa di “superumano” (cyborg?), con nuovi poteri, facoltà e capacità sensoriali.
Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'
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