sabato 11 gennaio 2014

La Francia e la UE nelle mani del “partito americano”

La Francia del generale de Gaulle, la Francia antiamericana che dal Quebec alla Cambogia si è opposta all’imperialismo yankee, la Francia che ha detto ‘no’ alla NATO, è oggi caduta nelle mani del “partito americano” e della lobby sionista, quella del CRIF – una versione francese dell’AIPAC – dei Bernard-Henri Lévy e dei Fabius.

Anatomia del “partito americano” in Francia

“Partito americano” è il termine con il quale Jean Thiriart, a partire dal 1962, indicava i partiti del Sistema in tutta Europa, dall’estrema sinistra all’estrema destra atlantista, in tutte le loro declinazioni (Thiriart vi aggiungeva, come “nemici dell’Europa”, i “piccoli- nazionalismi” che assicurano la divisione contro l’imperialismo). Una designazione che il PCN riprende più che mai oggi. Un Sistema che dal 6 giugno 1944, assicura la colonizzazione dell’Europa. Che non è una potenza imperialista – come alcuni a Parigi la sognano ancora- ma la prima e la più ricca delle colonie americane.
“Partito americano” è anche la denominazione usata dal generale de Gaulle e dai Gollisti storici per indicare sia la social-democrazia che i loro rivali di destra, i Giscard e i Lecanuet. La destra atlantista nostalgica della sudditanza alla NATO. O anche la Democrazia Cristiana altrettanto atlantista. L’ironia è stata che proprio dall’interno del partito gollista – caduto in decadimento ideologico – è arrivata la ripresa del controllo politico e militare dagli Stati Uniti sulla Francia: Sarkozy e i suoi neocons a passaporto francese. Con un ritorno invalidante e vassallatico nella NATO.

Il ruolo della NATO e la subalternità della UE
Perché la NATO non è, oggi che l’Unione Sovietica non esiste più – e non diversamente da ieri – lo “scudo dell’Europa” (sic). Ma la sua imbracatura. Uno strumento politico, militare e diplomatico di sottomissione e controllo. Che garantisce agli Stati Uniti la duplicazione dei suoi mezzi militari – la NATO è la fanteria coloniale del Pentagono – il controllo sull’industria degli armamenti (chiave dello sviluppo industriale e scientifico), un mercato continentale per le sue lobby militari-industriali e, infine, la soggezione della diplomazia e della politica estera dell’Unione Europea a quella di Washington. E secondariamente a quella del suo alleato e complice, Tel Aviv.
Il peccato originale della UE, questa pseudo “Europa” al guinzaglio – che è tutto tranne che l’Europa – è proprio l’asservimento, inscritto nel Trattato di Maastricht, della sua difesa e della sua politica estera alla NATO e al suo egemone americano. Ed è proprio questa sudditanza che conduce al fallimento della UE. Che le impedisce di diventare uno Stato ed un Impero transnazionale. E che spiega il fallimento annunciato dell’Euro. Dal momento che la moneta unica e il mercato unico devono, per avere successo, sfociare nello Stato federale, unitario (si rilegga Thiriart). Senza assicurarsi i poteri sovrani della difesa e della designazione del nemico (si rilegga Carl Schmitt), l’Unione Europea non è in grado di mantenere a lungo il potere regale di battere moneta.



Da Mitterrand a Hollande
“Partito americano” è anche, ovviamente, la social-democrazia – che non ha più niente di socialista dopo l’agosto del 1914, dopo il suo allineamento ai nazionalismi piccolo-borghesi e al parlamentarismo borghese – francese e europea. Quella di Mitterrand, Jospin, Hollande o di Valls – la sinistra apertamente americana in estasi davanti ad Obama – o Fabius.
Questa socialdemocrazia francese ed europea che è stata a favore di tutte le avventure coloniali all’estero e ha sostenuto tutti i vincoli coloniali all’interno.
La Francia “atlantizzata” di Holland – attuale segugio dell’imperialismo americano nel Sahel, in Africa centrale e in Medio Oriente, disperato nel tentativo di abbattere la Siria – è l’erede di Mitterrand, ministro della Quarta Repubblica, che ha ghigliottinato i militanti del FLN. O il Mitterrand della Quinta Repubblica che ha impegnato la Francia nella prima guerra del Golfo – quella di Bush padre- e nello smantellamento della seconda (Tito) e terza Jugoslavia (Milosevic). Contro quegli alleati della Francia che erano stati Belgrado e Baghdad. In quei conflitti voluti da Washington che il grande geopolitico austriaco Von Lohausen (1) ha giustamente definito “guerre contro la Grande-Europa” (2).

(…)


Le conseguenze geopolitiche: la fine dell’alternativa dell’ “asse Parigi-Mosca” 
Tutto questo ha delle conseguenze geopolitiche importanti.
Questa è la fine – definitiva o provvisoria a lungo termine – di quel concetto innovativo che era stato l’“asse Parigi-Mosca”. Un concetto che ero stato il primo a definire a partire dagli ultimi giorni del 1992 per il PCN, riflettendo su una linea alternativa alla nostra “Scuola geopolitica euro-sovietica”, a seguito del crollo dell’URSS. Questo molti anni prima che il concetto fosse ripreso, soprattutto, da De Grossouvre. E che offriva un’opzione alla costruzione di un’Europa reale e indipendente.
Ho spesso insistito, dall’avvento degli anni di Sarkozy – che annunciò chiaramente le sue scelte atlantiste e filo-americane – che la reintegrazione politico-militare della Francia nella NATO avrebbe messo fine alla validità di quel concetto. Senza una vera politica gollista – fuori dalla NATO, contro Washington – non aveva più senso l’“asse Parigi-Mosca”. Sono infastidito dal leggere ancora articoli di dilettanti, privi di cultura storica e geopolitica, che riportano in auge questo concetto anni dopo il tradimento fondamentale di Sarkozy.
Sono ancora più seccato dal leggere, attualmente, articoli deliranti su una presunta “sconfitta degli Stati Uniti”. O del fallimento del loro progetto del “Grande Medio Oriente”. Questa è una lettura troppo veloce, troppo superficiale e totalmente inesatta degli eventi. Della propaganda di guerra ma non analisi geopolitica!
Dirò poche parole, perché esula dall’argomento dell’articolo. Lo scopo degli USA, dall’inizio del nuovo secolo, passa attraverso un obiettivo preliminare: la ristrutturazione del “Grande Medio Oriente” – quest’area geopolitica operativa che comprende il Nord Africa, il Medio Oriente, il Sahel, l’Africa Centrale e l’Asia Centrale – attraverso l’eliminazione dei principali avversari di Washington e Tel Aviv: i regimi rivoluzionari nazionalisti arabi. Nasserismo, baathismo siriano ed iracheno, il socialismo della Jamahiriya di Gheddafi. Che cosa ne avanza? L’Iraq e la Libia consegnati al caos. La Siria in guerra e distrutta. Il resto, il destino dei paesi della zona, frammentanti e devastati, importa poco a Washington. L’orizzonte ultimo è la somalizzazione.
Il vero obiettivo finale di questo vasto piano per un “XXI secolo americano” è la messa fuori gioco di Russia e Cina. Con il totale allineamento di Parigi a Washington, è stato eliminato il principale ostacolo nella UE e soffocata l’alternativa dell’ “asse Parigi-Mosca”.
Dovremmo per questo rinunciare alla battaglia?
“Là dove c’è una volontà, c’è un sentiero”, disse Guglielmo d’Orange (che assicurò l’indipendenza dei Paesi Bassi). E il grande Nietzsche aggiunse che l’“l’Europa si farà sull’orlo dell’abisso”. Questo abisso è qui davanti a noi, con la bocca aperta, che minaccia di travolgere non solo gli europei da Vladivostok a Reykjavik, ma anche i nostri fratelli africani e arabi. La situazione ci richiede di non mollare, di non subire. E non subire oggi significa difendere risolutamente le nazioni della linea del fronte: Damasco e Mosca!




Luc Michel, presidente del Partito Comunitario Nazional-europeo (PCN)



Note:
1) Autore del libro fondamentale di geopolitica sulla Grande-Europa “Mut zur Macht. Denken in Kontinenten” (Pensare per continenti), Jordis Von Lohausen, generale e geopolitico austriaco (1907-2002), è un anziano membro dello Stato Maggiore del Maresciallo Rommel, vicino ai patrioti anti-nazisti del 20 luglio 1944. Egli s’inserisce, come me, nel solco delle teorie geopolitiche di Jean Thiriart su “L’Europa da Vladivostok a Dublino”. Ha scritto pagine di elogi sul progetto europeo di Thiriart degli anni 1960-1975. Lohausen parla soprattutto di un’ “Europa da Madrid a Vladivostok”. Nella copia offerta da Lohausen a Thiriart nel 1983 (e che mi è stata lasciata in eredità insieme alla sua biblioteca nel 1999) figura la seguente dedica: “In rispettoso omaggio ad un grande europeo”.
2) Con la nozione di “Grande-Europa”, noi concepiamo precisamente la Russia e l’Unione Europea come le due metà della Grande-Europa, l’Europa-continente da Vladivostok a Reykjavik. In linea con il lavoro pionieristico della nostra Scuola geopolitica “Euro-sovietica” degli anni 1983-1991.
Due visioni del futuro dell’Europa stanno una di fronte all’altra. Da una parte la piccola-Europa al guinzaglio, quella di Bruxelles, l’Unione Europea, la prima delle colonie yankee, soggetta a Washington da oltre sei decenni attraverso la NATO. Dall’altra, la creazione di un insieme geopolitico e geo-economico eurasiatico intorno a Mosca. Il solo stato europeo veramente libero e indipendente, perché in geopolitica solo la dimensione conferisce la potenza, e la potenza garantisce la libertà. Domani Mosca sarà il Piemonte della futura Grande-Europa, la Quarta Roma!
Ho teorizzato il concetto geopolitico fondamentale di una “Seconda Europa” a proposito della Russia rigenerata da Putin, nella nostra rivista francofona “La causa dei popoli” (Bruxelles-Parigi, n°. 31), nel dicembre 2006. Il testo è disponibile sul sito del PCN sotto il titolo: “Why We Fight. Contro Washington, la NATO e la falsa “Europa” atlantista di Bruxelles: con Mosca per un’altra Europa, grande e libera, da Vladivostok a Reykjavik!” 

(…)

Articolo originariamente pubblicato sul giornale on-line 'Stato e Potenza'

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